aprile 26, 2018
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L'ultima caccia - di Paolo Tommasi
Non ho fatto in tempo ad aprire portellone e gabbia, che stavi già razzolando tra rovi e cespugli: settemila pipì, settemila raspate, poi hai scoperto che tutte le buche dello sterrato vicino al fiume erano gelate.
Dopo il primo scivolone hai capito che saltando a piè pari sulla buca, il ghiaccio si rompeva e potevi rotolarti dentro quella deliziosa melma on the rock.
Mentre mi preparavo le hai girate tutte: - "Gunny, ma te la fai finita? Se poco poco c'era qualcosa nel raggio di un chilometro, co' tutto 'sto casino sarà già scappata!" -
Come parlare al vento, ma appena ho tirato fuori il fucile e chiuso la macchina, eri - si fa per dire - al piede.
Cominciammo a risalire la riva destra; io sul ciglio di un campo arato mentre tu battevi la macchia e i roveti. Strana atmosfera, era una di quelle giornate gelide che finiscono sui giornali, meno 7 segnava il termometro della macchina, e c'era l'odore dell'inverno - sai quell'odore di neve che quasi ti brucia le narici - che si mischiava a quello del cuoio e dell'olio del fucile.
Rimpiangevo i guanti lasciati in macchina e mi correva un brivido di freddo al solo guardarti zuppo d'acqua gelata.
Continuammo a risalire il fiume, il sole era sorto da un po' ma non ci dava alcun sollievo; l'erba gelata scricchiolava sotto gli scarponi e la brina ingentiliva i fiori di cardo facendoli sembrare lucenti margherite. Ogni tanto ti fermavi alzando la testa perché c'erano cacciatori e cani - tutti troppo chiassosi - sull'altra riva del fiume e a noi non piace incontrare gente nelle nostre passeggiate. Tu senti minacciato il territorio, io invece sono come geloso di queste immagini e di questi momenti che spero riaffiorino solamente nei nostri occhi, la sera, quando sediamo vicini sul divano di casa.
Ti blocchi di colpo, puntando l'ansa del fiume, il collo leggermente proteso: un airone bianco vola a pochi centimetri dal pelo dell'acqua, lento e regale, poi sbuca un'anatra, vola più in alto di qualche metro con un battito d'ala più veloce, ma non di tanto; non stanno scappando, si stanno semplicemente allontanando da un tratto di fiume troppo affollato.
È un attimo, il fucile sale alla spalla meccanicamente, i miei occhi sono un tutt'uno con la volata della doppietta: ce l'ho, è vicina.. troppo vicina, calcolo istintivamente l'anticipo seguendola nel volo e penso: - "è troppo grossa.. il piombo del 7,5 non basta, rischio di ferirla... era meglio il 5... ma no, da qui il 7,5 basta e avanza... certo che ancora poche ore e l'avrebbe sfangata per un'altra stagione... occhio che se arriva al leccio, i rami la coprono e la perdi... ma che spettacolo..." - la seguo ancora un secondo o due poi riabbasso le canne, aprendo il fucile. Ti sei voltato verso di me, non sentendo lo sparo, e mi hai guardato per un lungo istante aspettando un mio comando; poi sei tornato a seguire il volo dei due uccelli, finché non sono scomparsi nel tunnel di rami che incorniciano quel tratto di fiume.
Ti avevo deluso, se questo è un sentimento di cui anche i cani soffrono, e soprattutto non avevo onorato il tuo lavoro e non potevo trovare il modo di dartene ragione.
La caccia per noi era finita lì, con qualche ora di anticipo, ma questo mostravi di averlo capito. Senza farti alcun cenno ti sei girato e, trotterellando, hai ripreso la strada del ritorno questa volta senza battere il terreno ma seminando qualche pipì, mangiando beato qualche filo d'erba o qualche altra porcheria che solo tu riesci a trovare. Qualche centinaio di metri ed eri di nuovo "sorridente", sapevi già che alla macchina ci aspettava un ricco panino al salame e che, certamente, l'avrei diviso con te.
Perdonami, ci saranno altre stagioni di caccia e altre camminate e, chissà, un giorno forse sparerò per te, amico mio.